
La geografia dell’anima mediterranea
18 Agosto 2026Io non sento più le sirene
Un reportage dall'Ucraina che vive in stato di emergenza
Dopo il successo di Eravamo come fratelli, Daniel Schulz torna con un viaggio nell’Ucraina della guerra quotidiana.
Che cosa resta di una guerra quando il rumore delle esplosioni si allontana? Non solo il fronte e i combattimenti, ma le vite di chi continua ad abitare i luoghi del conflitto. È questo lo sguardo che guida Daniel Schulz in Io non sento più le sirene, che sceglie di raccontare la guerra non attraverso la cronaca delle operazioni militari, ma osservando come essa trasformi i gesti più ordinari, le relazioni e le scelte quotidiane.
La guerra si manifesta nei gesti più ordinari, nelle abitudini che cambiano, nelle relazioni che resistono e nelle strategie quotidiane per andare avanti. Più che seguire la cronaca delle operazioni militari, Schulz racconta ciò che accade nelle città e nelle comunità dove il conflitto continua a ridefinire la vita di attivisti, volontari, membri di associazioni e cittadini comuni. Ne emerge il ritratto di un’Ucraina osservata attraverso le storie di chi la abita, mostrando come la guerra non si consumi soltanto sul campo di battaglia, ma si radichi nella quotidianità di chi continua a vivere, scegliere e resistere.
Schulz ha l’occhio acuto e sintetico del grande reporter, capace di riassumere un mondo in pochi particolari.
Vincenzo Latronico, Tuttolibri
LA QUOTIDIANITÀ DELLA GUERRA – In Io non sento più le sirene, la guerra in Ucraina prende forma attraverso la vita quotidiana più che attraverso la cronaca delle battaglie. Sono i gesti ordinari, le piccole routine e la normalità spezzata a diventare il filo conduttore del racconto. Una scelta narrativa, come ci spiega Daniel Schulz, che affonda le sue radici in un episodio preciso, risalente ai primi anni del conflitto nel Donbass: «Il libro in realtà comincia nel 2015, a Mykolajiwka, una piccola città senza particolari caratteristiche nell’Ucraina orientale. Ero lì per scrivere di un gruppo di studenti che avevano realizzato uno spettacolo teatrale sui giorni in cui la loro città era stata contesa per un breve periodo. All’epoca altrove si combattevano battaglie molto più drammatiche. Ma concentrandomi su quel gruppo, su quei pochi giorni, su quelle esperienze specifiche, ho capito di poter raccontare tutto ciò che conta in una guerra: la fuga, la perdita, la morte, la scelta impossibile tra lasciare indietro le persone che ami oppure un animale domestico a cui sei affezionato, l’importanza del calore e dell’essere abbracciati.
Un mio amico, che per anni ha seguito come reporter le guerre jugoslave, una volta mi disse: che cosa vedi e senti davvero al fronte, quando non sei impegnato a cercare riparo? Il rombo dell’artiglieria, il crepitio delle mitragliatrici, un carro armato che esplode, un edificio che crolla. E per la maggior parte del tempo non puoi nemmeno verificare chi abbia sparato il colpo. Vai dietro il fronte, mi disse.
Guarda come la guerra influisce sulla vita quotidiana delle persone. Lì puoi fare domande, trascorrere del tempo, verificare le cose. Forse non è spettacolare come la prima linea, ma è lì che si trovano le storie più profonde. È qualcosa che mi è rimasto dentro da allora».
IL RAPPORTO CON L’UCRAINA – Nella prefazione del libro Daniel Schulz ripercorre i suoi primi viaggi in Ucraina e racconta come, nel corso degli anni, il suo legame con il Paese si sia trasformato fino a diventare profondamente personale, influenzando anche il suo modo di fare giornalismo e di scrivere. Per lui:
«Non esiste uno sviluppo lineare. A volte sono stato frustrato dal modo in cui l’Occidente ha dato per persa l’Ucraina. Sono stato frustrato anche dalla politica ucraina, dal modo in cui il governo ha cercato di indebolire le autorità anticorruzione ancora nel luglio del 2025, mentre il Paese combatteva per la propria sopravvivenza. Ma le persone che ho incontrato lì non mi hanno mai deluso. E tutto comincia proprio a Mykolajiwka nel 2015, dove ho incontrato quasi tutte le persone in Ucraina che per me contano. Ho seguito quei ragazzi nel loro percorso verso l’età adulta. Quando alcuni di loro sono fuggiti in Germania, li ho aiutati per quanto potevo. Nell’autunno del 2024 sono tornato a Mykolajiwka un’ultima volta, perché temevo che la Russia avrebbe presto raso al suolo la città e volevo raccontarne ancora una storia prima che accadesse. Quel momento è ormai arrivato. La maggior parte degli edifici è distrutta. I cavi in fibra ottica dei droni attraversano le rovine come i fili di una gigantesca ragnatela. E telefono a una giovane donna di cui avevo scritto nel 2015, quando era ancora una studentessa. Ora vive a Halle. Mi racconta che non riesce a dormire perché non riesce più a mettersi in contatto con suo padre, che è rimasto a Mykolajiwka. Questo è il mio rapporto con l’Ucraina. Questo è il modo in cui è cambiato».
LAVORARE PER UNA SOCIETÀ MENO CORROTTA– Un altro tema centrale del libro è il rapporto tra società civile e Stato in tempo di guerra. Accanto alle difficoltà della macchina burocratica emergono esperienze di straordinaria auto-organizzazione, come le reti di mutuo aiuto costruite dai movimenti anarchici ucraini, che offrono uno spunto per riflettere anche sull’evoluzione del rapporto tra cittadini e istituzioni. Come ci spiega Daniel Schulz: «In Germania spesso le persone riflettono a lungo e intensamente su una soluzione prima di agire, per assicurarsi che sia perfetta. In Ucraina, invece, più spesso si agisce subito e, se qualcosa non funziona perfettamente all’inizio, si corregge in seguito. È qualcosa che mi colpisce enormemente. Mi colpisce anche il fatto che la società civile ucraina abbia raggiunto una sorta di tregua non scritta con il governo per tutta la durata della guerra. Ma quando il governo rompe quell’accordo, come è successo quando ha cercato di limitare i poteri degli organismi anticorruzione nell’estate del 2025, la società civile si mobilita e protesta. E spesso ottiene risultati. È anche molto capace di coinvolgere le nuove generazioni: le proteste di quell’estate sono state portate avanti soprattutto da giovani che non avevano vissuto direttamente il Maidan. In alcuni Paesi occidentali possiamo vedere quanto sia facile scivolare verso una società corrotta, verso un sistema dominato dagli oligarchi. Ciò che mi colpisce dell’Ucraina è che molti ucraini hanno scelto, per generazioni, la lunga strada nella direzione opposta. Molti hanno dato la propria vita per questo: alcuni lavorando per tutta la vita a favore di una società meno corrotta, altri venendo uccisi, dalle forze russe o da persone all’interno dell’Ucraina che avevano interesse a mantenere intatto il sistema della corruzione».
CONTINUARE A TORNARE IN UCRAINA – L’edizione italiana del libro amplia infine il percorso con otto articoli, che tornano sulle storie di alcune delle persone incontrate durante i reportage. Il tempo trascorso permette così a Schulz di osservare come le loro vite si siano trasformate e quali sviluppi abbiano preso vicende rimaste inizialmente aperte: «Quando nel 2018 sono andato al fronte con Maria Berlinska, una pilota di droni, lei voleva soltanto utilizzare droni per attività di osservazione. Era completamente contraria all’idea di armare i droni civili. Si batteva contro questa possibilità con tutte le sue forze. Quando sono tornato nel 2022, la trovai a parlare con un commerciante d’armi che le stava mostrando un sistema capace di permettere ai droni di sganciare piccoli ordigni esplosivi sui soldati russi.
Ho visto pacifisti arruolarsi nelle forze speciali. Ho visto commercialisti ansiosi ritrovarsi improvvisamente responsabili di garantire rifornimenti umanitari a un’intera città sotto il fuoco dei razzi.
La guerra spinge le persone a fare cose che non avrebbero mai pensato di essere capaci di fare. Nel bene e nel male».
IL LINGUAGGIO DELL’EMERGENZA – L’esperienza del conflitto apre anche una riflessione sul linguaggio del giornalismo. Dopo oltre dieci anni di guerra, il rischio che il racconto perda forza o venga percepito come una realtà ormai abituale è sempre più concreto, soprattutto in un panorama mediatico in cui l’attenzione pubblica si sposta rapidamente da una crisi all’altra. Secondo Daniel Schulz: «Il linguaggio delle notizie, con il suo allarmismo e le sue formule ripetute, alla fine deve inevitabilmente logorarsi. Non può essere altrimenti. Dopo il centesimo allarme, ciò che dovrebbe allarmare suona soltanto come una ripetizione, e ciò che dovrebbe avere un tono ufficiale sembra soltanto indifferenza. È nella natura stessa del sistema. È umano. Per questo sono fortunato a poter scrivere reportage. Mi occupo delle vite delle persone, di un piccolo frammento delle loro esistenze. Questo non mi rende immune alla normalizzazione della guerra, ma aiuta. E la nostra responsabilità più importante come scrittori è mantenere viva una curiosità autentica».
Rassegna stampa di "Eravamo come fratelli"

«Schulz ha l’occhio acuto e sintetico del grande reporter, capace di riassumere un mondo in pochi particolari. A quello spaesamento, gli adulti cresciuti in un mondo scomparso reagivano con apatia o rassegnazione, deprimendosi, bevendo. Gli adolescenti – catapultati in un sistema economico che sono stati indottrinati a odiare, in una nazione che li considera cittadini di serie B – reagivano con rabbia».
Vincenzo Latronico, Tuttolibri
«Eravamo come fratelli risponde a una serie di domande: da dove vengono questa brutalità, questo odio, questa rabbia? Da dove questo fuggire, nascondersi, dissimulare? Un romanzo importante, anche decenni dopo la caduta del comunismo e la riunificazione tedesca».
Ute Krebs, Freie Presse
«Un romanzo profondamente sincero e di assoluta autenticità. Uno straordinario ritratto delle origini della xenofobia e dellʼestremismo di destra».
Tobias Groß

DANIEL SCHULZ (1979) Nasce a Potsdam e cresce nella regione del Brandeburgo, allora DDR. Attualmente dirige la sezione di reportage e giornalismo investigativo del quotidiano tedesco “Die Tageszeitung”, occupandosi principalmente di Europa orientale, estremismo di destra e tematiche legate alla Germania orientale. Per la sua attività di giornalista è stato insignito di numerosi riconoscimenti, tra cui il Deutscher Reporterpreis e il Theodor-Wolff-Preis. Bottega Errante Edizioni ha pubblicato il suo romanzo d’esordio Eravamo come fratelli (2024) e il reportage Io non sento più le sirene (2026).

FEDERICO SCARPIN (1998) Traduttore letterario dal tedesco e dalle lingue serba, croata, bosniaca e montenegrina verso l’italiano e il friulano di opere in prosa e drammaturgia. Per Bottega Errante Edizioni ha tradotto Gli innamorati di piazza Oberdan di Christian Klinger, In Slovenia di Aleš Šteger, Eravamo come fratelli e il reportage Io non sento più le sirene di Daniel Schulz.





