
Esodo. Il silenzio di chi resta
26 Gennaio 2026
Un’amore tradito: Sergio Tavčar e l’NBA
9 Febbraio 2026In libreria "I buchi neri di Sarajevo" di Božidar Stanišić
Storie che attraversano la Bosnia degli anni Novanta, prima e dopo lo scoppio della guerra, restituendo il volto umano di un conflitto che ha segnato in modo irreversibile vite, luoghi e memorie. Dal 4 febbraio in libreria la nuova edizione con un racconto inedito.
Il 4 febbraio 2026 arriva in libreria I buchi neri di Sarajevo di Božidar Stanišić (traduzione di Alice Parmeggiani e Rosalba Molesi, prefazione di Paolo Rumiz), una raccolta di racconti che attraversa la Bosnia degli anni Novanta, prima e dopo lo scoppio della guerra, restituendo il volto umano di un conflitto che ha segnato in modo irreversibile vite, luoghi e memorie. Sarajevo, città meravigliosa e martoriata dall’assedio, diventa lo sfondo di storie intime e profonde, popolate da uomini e donne colti nel momento in cui il corso della loro esistenza cambia improvvisamente.
Paradossalmente è stata proprio la guerra l’ultimo momento in cui Sarajevo ha espresso la sua secolare vitalità di città in bilico fra i mondi. Dalla prefazione di Paolo Rumiz
Ne I buchi neri di Sarajevo di Stanišić la guerra non è mai solo evento storico, ma esperienza interiore: uno spazio fragile fatto di silenzi, spaesamenti, ricordi che riaffiorano e fantasmi del passato.
I “buchi neri” evocati dal titolo non sono soltanto quelli inferti alla città, ma anche gli abissi interiori, le solitudini feroci e la follia che ogni guerra lascia dietro di sé. A distanza di trentacinque anni dalla scrittura di questi testi, in un presente in cui i conflitti continuano a scandire l’attualità globale, Stanišić riflette sul significato che queste storie assumono oggi e sul rapporto tra storia, scrittura e responsabilità del narratore: «Questi racconti per me rappresentano la conferma della verità delle relazioni tra la storia e il narratore. La storia è sempre più veloce della penna. La narrazione quindi viene dopo. Anche Omero è venuto con la sua voce dopo l’assedio di Troia. Son dell’idea che i narratori come pure i poeti devono essere più modesti nella comprensione del proprio ruolo: un racconto non cambia il mondo. Per me è come una lettera a nessuno, ma quel nessuno, assieme all’autore nella sua anima coltiva una speranza. Raccontare non cambia il mondo ma può cambiare le singole persone. Se, in questa “cultura” della morte che si è sviluppata nel primo quarto del XXI secolo, i miei racconti riescono ancora a testimoniare che la guerra è un male, sarò contento».
Nei racconti emerge con forza una Sarajevo sospesa tra incredulità e distruzione, in cui il vero centro della narrazione non è l’evento bellico in sé, ma quel momento fragile in cui la vita quotidiana si spezza. Stanišić sceglie consapevolmente di raccontare i destini individuali, i vuoti, i silenzi e i “buchi neri” interiori che attraversano i personaggi, interrogandosi sul senso della memoria e sulle responsabilità collettive: «Un narratore è libero di vedere/capire solo un macropiano della storia in movimento oppure vuole vedere/capire i volti umani, con il loro destino e le vicende che vanno oltre la dimensione della guerra. Ho scelto quest’ultimo orientamento. I lettori pare mi abbiano capito. Forse si chiederanno perché l’uomo comune non vuol pensare alla storia, quella che si basa sulle relazioni di potere e che ci guida verso gli scontri. Il mondo rimbomba dei buchi di memoria e dei silenzi. Mi permetto di chiedere: come si vivrà in Ucraina dopo tutto, come si vivrà a Gaza? E non solo là, dappertutto dove abbiamo coperto con il silenzio l’importanza di ogni vita singola».
L’esperienza dell’esilio e del ritorno attraversa in filigrana tutta l’opera. Stanišić ha lasciato la Bosnia all’inizio della guerra e oggi riflette sul legame – spesso contraddittorio e doloroso – tra chi parte e chi resta, sul rapporto con una terra segnata dalla perdita e da una memoria continuamente rimossa: «In Bosnia torno da buon turista. Come narratore, torno da osservatore. Non solo la Bosnia, ma l’intera ex Jugoslavia è un paese di grande lusso, dove tuttavia c’è stata una cancellazione della memoria. Pare che il 1992 sia un anno zero. L’ho sentito sulla pelle, come narratore. Mi interessa tanto la transizione dal socialismo al capitalismo, spesso selvaggio. E vedo il singolo nel centro di tutto, sia quello che comanda che quello che subisce. A volte mi pare di essere uno dell’Ottocento, a cui non va di immaginare ma di raccontare i fatti».
Con I buchi neri di Sarajevo, Božidar Stanišić consegna ai lettori un libro necessario, che interroga il passato per parlare con forza al presente, ricordando che raccontare forse non cambia il mondo, ma può ancora cambiare le persone.
#sarajevo #bosniaederzegovina #rumiz

BOŽIDAR STANIŠIĆ (Visoko, 1956). Scrittore, poeta e insegnante, fugge dalla Bosnia ed Erzegovina nel 1992 rifiutandosi di indossare qualunque tipo di divisa. Arriva in Italia e trova la sua residenza a Zugliano (Udine), dove si ferma con la famiglia e vive tuttora. È uno dei massimi conoscitori della letteratura dell’area balcanica, in particolare dell’opera del premio Nobel Ivo Andrić. Diverse sue prose e poesie sono sparse in numerose antologie italiane e straniere. Alcuni suoi lavori sono tradotti in francese, inglese, sloveno, albanese, giapponese e cinese. Per Bottega Errante Edizioni sono usciti I buchi neri di Sarajevo e il romanzo La giraffa in sala d’attesa; si è inoltre occupato della curatela di diverse opere di Ivo Andrić.





