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I TRADITORI, di Artur Weigandt
Un romanzo memoir a cavallo della linea zero, di Giuliano Geri
«Il 24 febbraio 2022 è come una linea zero»: questo è l’incipit – incisivo quanto spiazzante – de I traditori del trentenne giornalista Artur Weigandt. Con la guerra di aggressione della Russia all’Ucraina è stata tracciata una “linea zero” non solo per chi ne è direttamente coinvolto, ma per tutti noi, cittadini europei, da quel momento spettatori di un massacro e di un’ondata di distruzione che sembrano non avere fine. Spettatori spesso divisi tra considerazioni razionali e schieramenti emotivi, tra narrazioni indotte, spesso strumentalmente confezionate, e il riemergere incontrollato, forse inconsapevole, di residui ideologici. Dopo aver letto per la prima volta, in lingua originale, I traditori, ho scoperto un aspetto dell’intera vicenda da molti trascurato o sottaciuto: quanto la “linea zero” abbia attraversato le menti, i corpi, le storie familiari, le relazioni personali di quell’universo umano che l’autore definisce “mondo postsovietico”.
E così, tradurre I traditori – che situazione filologicamente beffarda! – è stato come attraversare quella linea zero dall’interno, varcare una frontiera invisibile, quella che separa la memoria dalla vergogna, l’appartenenza dal sospetto. Artur Weigandt scrive appunto dall’interno di una frattura: quella dell’homo sovieticus che tenta di ricomporre le sue molte identità – tedesca, kazaka, ucraina, russa – mentre la guerra in Ucraina rimescola tutto ciò che sembrava ormai ordinatamente sepolto. Tradurre I traditori ha significato per me immergersi nella complessità semantica ed emotiva di una parola-concetto, Heimat, che non ha un equivalente in lingua italiana e pone ogni volta la sfida di una contestualizzazione, di una decisiva sfumatura sentimentale.
Pagina dopo pagina, questo piccolo memoir – a metà tra racconto familiare e reportage – ci invita a guardare negli occhi il tradimento, non come colpa, ma come destino: traditori sono coloro che cambiano lingua, Paese, fedeltà; traditori, forse, siamo tutti noi che, in cerca di un’identità o un’appartenenza, scegliamo semplicemente quanto coraggiosamente la libertà.
La prosa di Weigandt è tagliente e intima; nella sua cruda essenzialità esprime l’urgenza di una “presa diretta”. Ho trovato in essa un tentativo di riconciliazione con la Storia. Renderla in italiano è stato un modo per dare voce a chi da quella Storia è stato espulso – e che pure continua, ostinatamente, a raccontarla.
Una guerra in corso, un dramma immenso quanto sommerso, identità riscritte e colpe ancora tutte da attribuire. Ma prima di tutto, il mondo postsovietico da capire, almeno per gli occidentali. Anna Zafesova

ARTUR WEIGANDT (1994) Nato a Uspenka, in Kazakistan, è cresciuto in Germania, ha studiato Filosofia a Francoforte sul Meno, laureandosi con una tesi in estetica, e successivamente ha trascorso lunghi periodi a Praga, Kyiv e Tbilisi. Si è formato alla Scuola tedesca di Giornalismo di Monaco di Baviera. Nel 2021, la rivista “Medium” lo ha nominato tra i “Top 30 under 30” giornalisti tedeschi. Ha collaborato con “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, “Die Zeit” e “Die Welt”. I traditori è il suo romanzo d’esordio.

GIULIANO GERI (1971) Editor e traduttore, è autore, insieme a Gianmatteo Pellizzari, del romanzo semiserio Cuore di Stella (Quodlibet, 2014). Per Bottega Errante ha tradotto Capodanno con Balzac di Wolfgang Kohlhaase.
Rassegna stampa
«Weigandt è l’incarnazione dell’ex-sovietico “errante”, con le sue origini tedesco-ucraino-bielorusse, la residenza e nazionalità in Germania e i natali nel Kazakistan, un nome che evoca il terrore delle purghe staliniane e delle deportazioni di massa di epoca sovietica. Un corredo che lo rende russo agli occhi dei tedeschi e, dunque, mai pienamente accettato come cittadino teutonico di serie A, e tedesco a quelli di qualsiasi cittadino dell’ex-Unione Sovietica, per i quali i tedeschi sono “nemici”. Senza se e senza ma». Rock Reynolds globalist.it
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La guerra russo-ucraina riaccende memorie sovietiche e impone nuove domande sul senso di appartenenza recensione di Richard Raynolds per globalist, 30 novembre 2025
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