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Floramo in tournée
8 Maggio 2026L'estate indiana del '76
Il terzo libro della saga famigliare di Angelo Floramo
“L’estate indiana del ’76” il romanzo sul terremoto di Angelo Floramo
Dal 29 aprile in libreria: lo sguardo di un bambino trasforma le macerie del Friuli in un’epopea di resistenza e fantasia.
Angelo Floramo è una delle voci più profonde e originali della cultura di frontiera. Ricercatore rigoroso e narratore potente, vincitore del Premio Nonino Risit d’Aur, capace di fondere la precisione dello storico con il battito vivo di chi ha visto la propria terra sgretolarsi e rinascere.
Il suo nuovo libro “L’estate indiana del ’76“, atteso ritorno in libreria, conferma e rinnova questa cifra unica.
In questo nuovo romanzo Floramo consegna al lettore una storia diversa, filtrata dallo sguardo di un bambino che nel 1976 non ha ancora dieci anni e attraversa i giorni del terremoto sospeso tra orrore e meraviglia, paura e avventura.
«Voglio gridare anche io, ma non ci riesco. L’aria non esce e non entra dalla mia bocca, che rimane aperta come una crepatura carsica o una ferita profonda nella carne. Ansimo, con gli occhi sbarrati, secchi, ma non vedo niente. Sento che sto per morire. Così, a fatica, mi metto seduto, sul bordo del letto, mentre tutto oscilla intorno a me e il cuore si sfascia tra le costole, a forza di prenderle a pugni. Il pavimento ha perso la sua stabilità e diventa un piano inclinato instabile. Come quelle giostre dei baracconi che girano a trottola su se stesse, con moto sussultorio e ondulatorio, fino a farti cadere. Se ci appoggio i piedi precipito – mi dico – ma non so dove. Nel nulla, probabilmente. Una voragine dalla quale non potrò riemergere mai più, se non tra migliaia di anni, forse. Come un fossile prosciugato sotto le macerie. Sullo sfondo persiste un urlo profondo, un ruggito».
Siamo tra San Daniele e Gemona del Friuli: un paesaggio umano e reale, popolato da operai jugoslavi e militari canadesi, ma anche da presenze notturne che si muovono tra le macerie, figure indimenticabili che forse esistono solo nella fervida immaginazione infantile.
È lo sguardo di un bambino capace di trasformare una tenda militare in un accampamento indiano e il profilo di una montagna nel volto di un Orco affamato di case, paesi e vite. Così, nella narrazione, la tragedia del terremoto in Friuli si fa occasione di crescita e scoperta, mentre sullo sfondo si consuma la fine di un mondo: quello della civiltà contadina, sepolta sotto le macerie insieme alle sue certezze.
UNA TERRA DI TERREMOTI – Non è la prima volta che Angelo Floramo racconta i terremoti. Nel romanzo “Come papaveri rossi”, vincitore del Premio Fiuggi Storia 2021, ha raccontato quello di Messina del 1908. L’Italia è un paese attraversato dai terremoti, ma questi non sono tutti uguali. Floramo sottolinea le differenze profonde tra esperienze lontane nel tempo e nello spazio, ma legate da una comune fragilità: «Innanzitutto nel 1976 io c’ero. In quello di Messina c’era mio nonno, che rimase sepolto sotto le macerie. Nel mezzo più di settant’anni. Due terre lontanissime fra loro, eppure per certi aspetti simili. Anche il Friuli, a suo modo, è un’isola. Tempo precario, quell’inizio di secolo, foriero di Fascismi e di Guerre. Tempo precario, questo nostro, foriero di Guerre e di Fascismi. Là, in Sicilia, la terra dei caporali e delle occupazioni proletarie dei campi. Fame di pane e di dignità contro i padroni, benedetti dalla Chiesa. Qui da noi, l’orizzonte di una civiltà contadina che stava per morire e alla quale il Sisma ha dato la spallata finale. Terre di resistenze, dunque, a loro modo stritolate sotto le macerie».
UNO SGUARDO BAMBINO SULLA TRAGEDIA – Nel romanzo “L’estate indiana del ’76“, lo sguardo infantile diventa chiave interpretativa, uno sguardo capace di mescolare tragedia e libertà, paura e immaginazione. Il significato stesso dell’aggettivo “indiana” racchiude questa dimensione simbolica e salvifica.
Come ci spiega Angelo Floramo il titolo richiama: «un sogno. Alimentato da un nonno sapiente, capace di raccontare storie e di creare miti. La fantasia ci ha salvato dalla tragedia. Noi ragazzini, in quei mesi di stento e di dolore per i “grandi”, abbiamo davvero creduto di essere una tribù indiana, fra tende e praterie, pronti a uccidere la Bestia con i nostri archi di legno e le frecce spuntate. Ovunque risplendeva il divino, come avrebbe detto Pasolini. E ogni cosa, anche la più brutta, si trasfigurava in un gioco che ci avrebbe trasformato, tutti, alla fine, in quello che poi siamo diventati. Stavamo vivendo dentro al pensiero magico evocato da Marquez. E ancora non lo sapevamo».
6 MAGGIO, UNO SPARTIACQUE – Sul piano più intimo e familiare, il 6 maggio rappresenta una frattura profonda, segnata da lutti e dalla scoperta precoce della paura, ma anche da una solidarietà che emerge proprio nei momenti più difficili.
«Il terremoto ha significato per la mia famiglia la perdita di cinque persone. Due sotto le macerie, in via Bini a Gemona. Tre a Majano, dissolti tra calcinacci e fuoco, quando vennero giù i due condomini, afflosciandosi come un castello di carte. E poi una nonna molto anziana e malata, che non ha retto al disagio delle nottate in macchina, o in corriera. Per la prima volta ho visto i grandi piangere. Ho assaggiato la paura del non ritorno. Ma anche la grande solidarietà che serpeggiava tra tende e accampamenti di fortuna. Quando non esisteva più il “mio e il tuo”, ma solo il “nostro”».
Il terremoto del Friuli segna inoltre uno spartiacque storico e sociale: la fine di un mondo e l’inizio di un altro. Floramo riflette su ciò che è stato perduto e su ciò che è emerso nel rapido passaggio verso una società diversa.
«Abbiamo persola dignità di un mondo che si faceva bastare quello che aveva, e che sapeva condividerlo, per quanto fosse poco. Abbiamo smarrito l’attenzione per l’altro, quando è più debole e ha bisogno di essere accolto. Le case sono state ricostruite, ma le siepi che le cingono sono alte. Racchiudono egoismi e paure. La società dei consumi ci ha trasformato in sciuponi che mangiano ma non “gustano”. Che prendono troppo e buttano via quello che è ancora buono. Anche la classe politica di quegli anni è morta per sempre: al di là delle ideologie, erano donne e uomini di altissimo profilo istituzionale. Nutrivano un senso profondo dello Stato e del servizio. A loro confronto oggi mi paiono tanti guitti improvvisati, cialtroni che evocano gli umori più bassi per scopi elettorali, senza un progetto di lungo orizzonte, perché non conoscono più il fremito dell’Utopia. Dovesse tornare adesso, l’Orcolat, sarebbe un disastro totale. Ripeto spesso che l’unica salma non recuperata dalle macerie è l’anima di quel Friuli che sapeva ancora amare, ma sembra che se lo sia dimenticato».
PER UNA MEMORIA COLLETTIVA – Infine, il tema degli anniversari apre una riflessione sul modo in cui la memoria collettiva viene vissuta oggi, tra rischio di retorica e necessità di trasformarla in impegno civile.
«Dovremmo sdegnare i tappetini rossi, le fanfare e le passerelle, le trombe e i tromboni. Lo sforzo dovrebbe tornare a essere collettivo, volto a recuperare la memoria, una memoria che si fa impegno civile e non labaro da museo. Non possiamo permetterci di perdere anche questa occasione per fare un po’ i conti con la nostra coscienza. Lo dobbiamo ai morti. Ma anche di più alle ultime generazioni. Fra le quali ci sono anche i nuovi friulani, quelli nati altrove o da genitori i cui nomi echeggiano il profilo dell’Africa, dei Balcani, dell’Oriente lontano. Sapremo consegnare loro l’eredità di quello che nostro malgrado abbiamo imparato? Questa sarà la sfida più importante. Altrimenti dovremmo accontentarci delle vecchie fotografie, ormai stinte, tra le pagine di un album dei ricordi che non ci appartiene».

ANGELO FLORAMO Nato a Udine nel 1966, insegna Storia e Letteratura al Magrini Marchetti di Gemona ed è ancora convinto che malgrado tutto sia il mestiere più bello del mondo. Medievista per formazione, ha pubblicato molti saggi e articoli specialistici, collabora con diverse riviste nazionali ed estere; dal 2012 collabora con la Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli in veste di consulente scientifico. Per Bottega Errante Edizioni ha pubblicato Guarneriana Segreta (2015, finalista al premio Latisana Nordest), L’osteria dei passi perduti (nuova edizione 2024), La veglia di Ljuba (2018, Premio Palmastoria come miglior romanzo storico), Il fiume a bordo (2020), Come papaveri rossi (2021, Premio Fiuggi Storia), Vino e libertà (2023, selezione Premio Vermentino), Breve storia sentimentale dei Balcani (2024), Vita nei campi (2025) e L’estate indiana del ’76 (2026). A gennaio 2024 è stato insignito del prestigioso Premio Nonino Risit d’Aur.





