
IN CAUCASO
30 Settembre 2026LA FINALE DI SARAJEVO
La storia inedita del primo campionato di basket bosniaco e del viaggio dello Sloboda Tuzla nella Sarajevo assediata.
Mentre migliaia di persone cercano di lasciare Sarajevo, assediata e sotto il tiro dei cecchini, c’è un gruppo di uomini che attraversa il tunnel nella direzione opposta.
La storia inedita del primo campionato di basket bosniaco e del viaggio dello Sloboda Tuzla nella Sarajevo assediata.
Mentre migliaia di persone cercano di lasciare Sarajevo, assediata e sotto il tiro dei cecchini, c’è un gruppo di uomini che attraversa il tunnel nella direzione opposta.
Sono i giocatori dello Sloboda Tuzla, che lasciano le proprie città e le proprie famiglie per entrare nella capitale bosniaca e disputare la fiale del primo campionato di pallacanestro della Bosnia ed Erzegovina.
Una storia rimasta per più di trent’anni quasi nascosta e che oggi riemerge grazie al libro La finale di Sarajevo di Gianni Galleri, il libreria dal 7 ottobre 2026 per Bottega Errante Edizioni.
Credo che nessuna squadra al mondo abbia rischiato la propria vita così tanto per vincere un titolo.
DAL POST AL DIARIO – Gianni Galleri scopre questa storia grazie a un commento lasciato sotto un post dedicato a Mirza Delibašić e arriva, quasi un anno dopo, a ricevere trentacinque pagine del diario di Drago Zec, uno dei protagonisti della vicenda. Un incontro casuale diventa così l’inizio di una ricerca che porta l’autore lontano dal suo abituale territorio calcistico e dentro una storia di memoria, guerra e pallacanestro.
«Quando lessi quel commento, sotto un post dedicato al cestista Mirza Delibašić, mi era sembrato si parlasse di una storia interessante e niente più. Dopo di che c’è stato quasi un anno in cui non è successo niente, fino al giorno in cui mi sono ritrovato nella mail trentacinque pagine del diario di Drago Zec, tradotte dal serbo-croato da suo figlio Dragan. In quel momento ho avuto la chiara sensazione che questa storia potesse diventare un libro. Mi sono sentito fortunato e sorpreso per il fatto che non esistesse niente di pubblicato sulla vicenda. Mi sono lanciato, ho abbandonato il “sicuro” calcio per la “sconosciuta” pallacanestro».
UNA RICERCA “SUL CAMPO” – Da quel momento, la scrittura prende la forma di una ricerca sul campo. Per Galleri la ricostruzione di una vicenda così particolare non può prescindere dai luoghi e dalle persone che l’hanno vissuta. La memoria diventa quindi uno strumento da interrogare attraverso incontri ripetuti, racconti, dettagli, atmosfere. L’autore torna in Bosnia, attraversa le città della storia, incontra i protagonisti e arriva persino a riunire la squadra attorno a una grigliata. Come ci spiega Galleri: «Stiamo parlando di una storia perduta. Gli stessi protagonisti si erano quasi convinti che non meritasse di essere raccontata. Talvolta si confondevano. Non ne avevano parlato per tanto tempo. Quando ti trovi di fronte a una questione così piccola e dimenticata puoi fare solo una cosa: fartela raccontare cento volte da cento persone diverse. Devi ricreare il contesto di un tempo e di un luogo che non sono i tuoi. E l’unico modo che hai per farlo è quello di parlare con le persone, chiedendo di ricordare e collezionando anche dati e fatti che non c’entrano niente o quasi».
SARAJEVO E TUZLA – Il viaggio di Galleri non si ferma a Sarajevo. Al centro della sua ricerca c’è anche Tuzla, la città dello Sloboda, che nel libro assume un ruolo decisivo. La volontà è quella di restituire una Bosnia ed Erzegovina non ridotta alla sola capitale, ma composta da città, comunità ed esperienze differenti, attraversate in modi diversi dalla guerra e dalla dissoluzione della Jugoslavia.
«Tuzla rappresenta per molti versi l’eccezione. Rappresenta un unicuum. Già prima di questo libro ero legato da rapporti personali di amicizia a questa città. Durante la scrittura ne sono nati di nuovi, molto forti e intensi. È come se lo spirito della città mi portasse a conoscere sempre più persone con le quali condividere la mia strada. Ho cercato di scrivere un libro che raccontasse una Bosnia ed Erzegovina policentrica. A volte Sarajevo finisce per assorbire tutte le narrazioni, invece è giusto sapere anche che cosa successe a Tuzla, come si comportò la gente di Zenica, come cambiò la fisionomia di Banovići, com’è passare una serata a Zavidovići».
È proprio il rapporto tra le diverse città a restituire a La finale di Sarajevo una dimensione che va oltre la cronaca sportiva. Il libro ci porta dentro una realtà nella quale l’incertezza è parte della quotidianità. Nessuno sa davvero che cosa accadrà alla Jugoslavia, come comportarsi sotto le bombe, quali rischi correre e quali evitare. Gianni Galleri ci racconta che: «Uno degli aspetti che ho cercato di rendere attraverso le pagine di questo libro è stata la grande incertezza che regnava nelle azioni dei protagonisti. Sia da un punto di vista dei grandi sconvolgimenti, sia nelle piccole cose. Nessuno o quasi poteva immaginare che di lì a breve la Jugoslavia sarebbe collassata del tutto, ma non erano in molti neppure a sapere come comportarsi sotto le bombe, cosa fare una volta entrati nella capitale. Oggi sembra acclarato, ma al tempo non c’erano manuali che ti dicevano cosa fare. Il tunnel poi rappresenta forse il punto massimo della mancanza di senso. C’è chi paga per uscire e un gruppo di ragazzi deve entrare da quello stesso punto, rischiando la vita, avendo a che fare con trafficanti e brutti ceffi. Non sembra davvero esserci nessuna ragione valida per rischiare così tanto».
DRAGO ZEC – A più di trent’anni di distanza, la memoria di quella vicenda conduce fino a Feltre, dove oggi vive Drago Zec. L’incontro con la famiglia Zec permette a Galleri di mettere in comunicazione due tempi e due luoghi lontanissimi, la Bosnia della fine degli anni Ottanta e dell’inizio dei Novanta e l’Italia del presente:
«Sono stato ospite a Feltre dalla famiglia Zec e quel giorno abbiamo insieme annullato le distanze temporali e spaziali. Come in una sorta di strana macchina del tempo siamo tornati a Tuzla verso la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Lì ho avuto la chiara percezione di quanto è duro mollare tutto e provare a ricominciare da un’altra parte. I ricordi, gli amici, i luoghi c’era una sorta di magia nella voce dei miei interlocutori, mentre ricordavano la loro città, la loro Jugoslavia. I ricordi della squadra mi hanno sorpreso ancora di più: nelle parole dei protagonisti non ho mai scorso un grammo di vanagloria. Erano quasi sorpresi che la loro impresa potesse interessare a qualcuno. Più di trent’anni di oblio forse li avevano convinti di non aver fatto niente di speciale».
IL BASKET NEI BALCANI – Il passaggio dal calcio alla pallacanestro permette inoltre a Galleri di osservare da vicino il rapporto tra sport e identità nei Balcani: «Trattandosi spesso di polisportive l’identificazione con una squadra di calcio, va di paripasso con quella di basket. E Tuzla da questo punto di vista non fa eccezione. C’è un’equivalenza totale fra la città e la sua squadra. Nei primi tempi chiedevo alle persone se fossero o meno tifose dello Sloboda, la risposta conteneva sempre una dose di sorpresa: “ma che domanda è? Certo che tifo Sloboda”. Molti si riferivano al club con l’aggettivo possessivo prima del nome. Rispetto a molte altre città è un rapporto più intimo, meno ostentato. Non sono molte le scritte sui muri, quasi che non fossero necessarie».
La finale di Sarajevo diventa così il racconto di una partita che contiene molte altre storie, quella di una squadra, di una città, di una generazione e di un Paese attraversato dalla guerra e dalla dissoluzione della Jugoslavia.
Attraverso il percorso dello Sloboda Tuzla, Gianni Galleri ricostruisce una vicenda sportiva rimasta per decenni ai margini della memoria e mostra come, talvolta, sia proprio lo sport a offrire un punto di osservazione privilegiato sulla Storia.
L’INCONTRO CON LE SCUOLE – Raccontare questa vicenda nelle scuole e continuare a portarla tra i più giovani ha assunto un significato sempre più importante.
«All’inizio, ero piuttosto timida e incerta, in quanto non testimone diretta dell’esperienza, ma ora più passa il tempo e più vengono meno i sopravvissuti, perciò lo sento come un dovere etico e morale continuare a raccontare questa vicenda di resistenza al dolore grazie alla fede, all’amore, all’arte e al perdono. Soprattutto a ottant’anni di distanza e con i tempi che viviamo dove molte altre guerre sono scoppiate con violenze e sopraffazioni che pur contemporanee ricalcano questi scenari passati. Dunque penso che Alla gentilezza di chi la raccoglie sia un progetto di grande attualità. Inoltre i ragazzi mi hanno dimostrato sempre tanta attenzione e mi hanno regalato esperienze ed emozioni bellissime».

GIANNI GALLERI (1983) è un grande appassionato di viaggi, di calcio e di paesi che non esistono più. Già autore di diversi reportage, ha al suo attivo collaborazioni con molte testate e siti italiani, come Meridiano 13 (di cui è fondatore) e Sport People. Ha realizzato podcast e documentari sull’Europa dell’Est e i Balcani. Tra i suoi libri: La città del football, Curva Est, Questo è il mio posto per Urbone Publishing; Pašić. Predrag difende Sarajevo per Garrincha Edizioni. Con Bottega Errante Edizioni ha pubblicato Balkan Football Club e Spomenik.
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Balkan Football Club
€19,00 -
La finale di Sarajevo
€18,00 -
Spomenik
€20,00







