
Ucraina: Io non sento più le sirene
25 Agosto 2026LA BOSNIA PROFUMA DI PANE
«Un romanzo sulla Bosnia che non cerca di compiacere nessuno, che non offre conforto, ma solo la verità nuda su come il male continui a fermentare nel silenzio». Miljenko Jergović
Click edit button to change this text. Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo.
La Bosnia profuma di pane
Ivica Đikić racconta una Bosnia dove il passato continua a fermentare
Dopo Metodo Srebrenica, il fondamentale romanzo documentario che ha ricostruito la tragedia di Srebrenica attraverso una rigorosa ricerca sulle responsabilità, sulla memoria e sulle conseguenze della guerra, Ivica Đikić torna in libreria il 23 settembre con La Bosnia profuma di pane (Bottega Errante Edizioni, traduzione di Marijana Puljić), un romanzo corale e insieme profondamente politico, ambientato nella sua città natale, Duvno.
Se in Metodo Srebrenica Đikić ha affrontato direttamente una delle ferite più profonde della storia europea contemporanea, in La Bosnia profuma di pane torna alla Bosnia del dopoguerra per raccontare ciò che accade quando una guerra formalmente finita continua a vivere nelle persone, nelle comunità, nei rapporti di potere e nella memoria. Lo fa attraverso la storia di una piccola città, osservata con uno sguardo lucido, ironico e impietoso, dove il passato non è mai davvero passato.
A Duvno non c’è vento da settimane. Le pale eoliche, da cui dipende il futuro della città, sono inchiodate al cielo. Ma non è l’unica cosa che tormenta e turba gli abitanti: dopo trent’anni di vita criminale in Germania, Josip Ljubas, detto Džop, è tornato in città. Vuole aprire un panificio e sfornare pane con il lievito madre, un metodo che ha imparato in una delle prigioni tedesche. Per farlo, chiede aiuto alle uniche persone che possono accoglierlo: Ilija, l’amico di infanzia, e Nada, il suo primo amore, la donna alla quale ha quasi distrutto la vita.
In uno scenario sospeso tra assurdo e reale, i destini dei protagonisti si intrecciano in una vicenda che attraversa quarant’anni di storia bosniaca, indagando senso di colpa, mentalità patriarcale e nazionalismo.
Con il più balcanico humour nero, Ivica Đikić firma un romanzo su un piccolo mondo chiuso dove nessuno è del tutto innocente né del tutto colpevole. Solo un evento imprevedibile potrà finalmente rimettere in moto ogni cosa
«Un romanzo sulla Bosnia che non cerca di compiacere nessuno, che non offre conforto, ma solo la verità nuda su come il male continui a fermentare nel silenzio».
Miljenko Jergović
DALLA DISILLUSIONE ALL’ANGOSCIA DEL PRESENTE – Sono passati più di vent’anni dalla pubblicazione di Cirkus Columbia, il romanzo con cui Đikić aveva raccontato la Bosnia con un tono ironico, leggero e disincantato. Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato: «Il lavoro sul romanzo documentario sul genocidio di Srebrenica ha sicuramente contribuito a rendere la mia voce più amara e aspra, ma probabilmente hanno influito anche molte altre cose. Dopotutto, ha influito il tempo: Cirkus Columbia è stato pubblicato nel 2003. In questi anni ho detto addio a molte illusioni e aspettative, mi sono dolorosamente disincantato su molte questioni e ho dovuto fare i conti con le mie decisioni sbagliate. Maturare e invecchiare comportano semplicemente tutto questo, e ha influito ulteriormente il fatto che, negli ultimi anni, il mondo sia sprofondato nelle guerre, nell’odio, nel caos, nell’irrazionalità, nell’imprevedibilità. È un mondo che genera angoscia. Può darsi che La Bosnia profumi di pane sia più intrisa di angoscia che di amarezza, oppure che questi ingredienti siano mescolati in proporzioni difficili da pesare. Eppure non è tutto senza speranza: da qualche parte, in lontananza, arde ancora un fuoco debole, la fede nel miracolo e nel bene».
DUVNO, UNA CITTÀ PERSONAGGIO – Al centro del romanzo La Bosnia profumi di pane c’è Duvno, la città natale di Đikić. Ma la città reale, nel libro, diventa qualcosa di più, quasi un personaggio vivente, un organismo che osserva, reagisce e condiziona il destino di chi non riesce a conformarsi. Per Đikić: «Il mondo della piccola città della Bosnia ed Erzegovina in questo romanzo è innanzitutto una costruzione letteraria, come avviene di norma quando si tratta di un romanzo, ma questo non significa che io abbia inventato quel mondo. La realtà di quel mondo, per dirla con un termine culinario, l’ho ridotta all’essenza attraverso strumenti letterari, fino a qualcosa che si potrebbe definire lo spirito della provincia. Ho cercato, attraverso il mio modo di raccontare, di arrivare a una verità di ordine superiore rispetto alla realtà, e uno degli elementi principali di questo tentativo consiste nel trattare quella piccola città, Duvno, come il personaggio principale, come un essere vivente che influenza attivamente il destino di coloro che entrano in contatto più intenso con essa. Quelli che entrano in contatto più intenso con la città sono individui mal adattati, quelli che per qualche ragione spiccano, che non si integrano e che, con la loro stessa presenza, alterano il ritmo e il modello consolidato di funzionamento. Sono questi i personaggi e sono queste le relazioni che continuano ad affascinarmi quando si parla di creazione letteraria».
IL RITORNO DEI “DIVERSI” – È proprio l’arrivo di Džop e di Nada a rompere l’equilibrio apparente della città. Non sono davvero degli estranei, sono persone che appartengono a quel mondo e che, proprio per questo, ne conoscono le regole. Il loro ritorno, però, rende visibile ciò che la comunità preferirebbe tenere nascosto. Nell’idea di Đikić: «L’arrivo, indipendente e non collegato, di un uomo e di una donna – che alla città non sono estranei, soprattutto l’uomo, che torna nella sua terra d’origine dopo trent’anni – fa uscire la provincia dal suo solco abituale: sono una sorta di catalizzatore che porta la città a muoversi e a rivelarsi. L’uomo e la donna portano con sé un bagaglio biografico di per sé inquietante per una comunità sonnolenta. I reduci sconfitti sono i volti più sospetti della provincia, sono una potenziale minaccia all’ordine consolidato, portatori di un presagio di male che costituisce un potente motore della trama, qualcosa di simile alla cieca fede macbethiana nella profezia. Dal punto di vista drammaturgico, dunque, questo romanzo è molto vicino al western, perché anche le nostre piccole città balcaniche emanano spesso un’atmosfera simile a quella del Far West. La comparsa del «pistolero solitario» attira tutta l’attenzione e crea tensione: la collettività non troverà pace finché non avrà fatto i conti con l’individuo isolato o finché non lo avrà ricondotto alla propria misura. Una cosa sola è certa: l’individuo non ha alcuna possibilità di successo. Ma per me rimane comunque una delle più grandi sfide dello scrittore tentare, attraverso il racconto, di superare la prevedibilità dell’esito».
UNA GUERRA MAI FINITA – La guerra, nel romanzo, appartiene apparentemente al passato. Ma è proprio questa apparente distanza temporale a rendere più evidente la sua persistenza. A più di trent’anni dalla fine del conflitto, Đikić descrive una società ancora prigioniera della sua eredità, incapace di elaborare pienamente il proprio passato e, soprattutto, di confrontarsi con il male prodotto dalla propria parte.
È un tema che lega profondamente La Bosnia profuma di pane a Metodo Srebrenica: dalla ricostruzione documentaria del genocidio alla finzione narrativa, la domanda rimane quella della responsabilità, della memoria e della possibilità – o impossibilità – di uscire davvero dalla guerra. Secondo lo scrittore Ivica Đikić: «Non siamo mai usciti dalla guerra, sebbene più di trent’anni fa siano cessati gli omicidi, le espulsioni, la distruzione delle città e dei villaggi. E non ne siamo usciti soprattutto perché alle élite politiche interessa tenere i cittadini sotto la tensione della guerra, perché in una situazione simile è più facile manipolare le emozioni per ottenere voti facendo leva sui bassi istinti. Ed è un circolo vizioso dal quale non si intravede una via d’uscita. La situazione è peggiore oggi di quanto non fosse venticinque anni fa. Il presupposto per qualsiasi passo avanti in questo senso è confrontarsi con il proprio male, con il male presente nella propria comunità e dentro se stessi; qui, invece, la «cultura della memoria», anche trent’anni dopo la guerra, si riduce a manifestazioni regolari di cordoglio esclusivamente per le vittime della propria parte. Le vittime degli altri sembrano non esistere. Questa non è affatto una cultura della memoria, bensì un abuso politico e il mantenimento a “temperatura di esercizio” di un odio politicamente redditizio».
IL VENTO E LA PROMESSA DI UN FUTURO CHE NON ARRIVA – A questa memoria irrisolta si sovrappone una questione estremamente contemporanea, quella dello sfruttamento delle risorse e della promessa di sviluppo economico. A Duvno il vento, risorsa naturale abbondante, diventa la speranza di una rinascita.
Attraverso la vicenda delle centrali eoliche, Đikić mette in scena la trasformazione di una speranza collettiva in speculazione, corruzione e devastazione del territorio:
«Il vento è una delle rarissime risorse naturali di cui a Duvno non è mai mancata la disponibilità: per questo le centrali eoliche sono state accolte come un dono dal cielo e come una salvezza dalla lunga arretratezza economica. Finalmente anche a noi è andata bene, pensavano le persone. Poi, qualche anno dopo, è diventato chiaro che la costruzione indiscriminata e priva di pianificazione di turbine eoliche sulle montagne e sulle colline intorno alla città aveva devastato l’ambiente naturale, deturpato il paesaggio e distrutto gli habitat degli animali; in cambio, però, i benefici, e benefici molto consistenti, sono andati soltanto a una ristretta cerchia di persone che vendevano terreni e concessioni, spesso al di fuori della legge e degli studi tecnici, al di fuori del buon senso, così come ai proprietari di quegli enormi impianti energetici. Le grandi aspettative, come spesso accade da noi con le grandi aspettative, finiscono nel fango della criminalità e della corruzione, nella rabbia e nella distruzione di persone ingannate.
Il problema, naturalmente, sta anche nelle grandi aspettative in sé, cioè nella nostra mentalità, un elemento importante della quale consiste nella fiducia nell’efficacia delle scorciatoie verso la felicità e il benessere, invece di credere nel lavoro sistematico, nell’apprendimento, nella pazienza. Scegliamo sempre la strada più facile, convinti che quella più difficile sia riservata agli incapaci e agli stupidi. Il prezzo da pagare è l’accumularsi delle delusioni, dalle quali nascono amarezza e apatia».
IL LIEVITO MADRE – E poi c’è il pane. Il gesto apparentemente semplice con cui Džop immagina di ricominciare la propria vita diventa una delle immagini centrali del romanzo. Il lievito madre è qualcosa che vive, cresce, si trasforma nel tempo e non può essere completamente controllato. È, nella logica del romanzo, una metafora dell’essere umano e della comunità o come ci spiega lo stesso Đikić: «Il lievito madre o “selvatico” in questo romanzo è una parola in codice per indicare il disadattamento, il non riuscire a inserirsi nel solco della provincia, per indicare ciò che c’è in noi – tanto il bene quanto il male – e che non può mai essere completamente sottoposto al controllo della ragione, perché dipende da una serie di circostanze interne ed esterne, a cominciare dalla forza e dalla composizione dello “starter”».

IVICA ĐIKIĆ (Tomislavgrad, 1977). Scrittore, giornalista e sceneggiatore, è autore di sei romanzi e diverse raccolte di racconti tradotti in più lingue, che hanno ricevuto numerosi premi. Per Bottega Errante Edizioni ha pubblicato Cirkus Columbia, romanzo vincitore del premio Meša Selimović e Metodo Srebrenica. 1995. Il genocidio nel cuore dell’Europa. Ha scritto la sceneggiatura della serie televisiva The Paper, distribuita a livello globale da Netflix.

MARIJANA PULJIĆ (Teslić, 1995). Laureata in Balcanistica all’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi dedicata alla silloge Ex Ponto di Ivo Andrić, è interprete nell’ambito di eventi culturali e traduttrice. Per Bottega Errante Edizioni ha curato la traduzione di Metodo Srebrenica e La Bosnia profuma di pane di Ivica Đikić e L’Uomo lupo di Mihaela Šumić.
La Bosnia, nel cuore di Bottega
-
Cirkus Columbia
€16,00 -
L’Uomo lupo
€18,00 -
La Bosnia profuma di pane
€19,00 -
La finale di Sarajevo
€18,00 -
Le Marlboro di Sarajevo
€18,00









